4 maggio 2009

«Aspettati per un anno, oggi giochiamo noi». E la Sud contesta col pallone

«Vi abbiamo aspettato un anno, oggi giochiamo noi». I gruppi della curva sud lo avevano annunciato in settimana, tramite un breve comunicato. Domenica pomeriggio lo hanno fatto. Due mini porte, dieci amici in campo, con la folla degli altri tifosi a delimitare il campo di gioco. A fare da cornice bandiere, stendardi e tanti cori contro squadra e società. Così i militanti dei gruppi ultrà romanisti si sono affrontati in un mini torneo di calcetto (cinque contro cinque) nel piazzale antistante la curva sud, scegliendo di boicottare per protesta, la partita vera e propria.

«Una protesta, civile, goliardica, ma al tempo stesso inequivocabile – dicono gli ultrà, che preferiscono rimanere anonimi – siamo stufi di questa dirigenza e dello scarso impegno dei giocatori». Nel mirino delle critiche l’operato di Rosella Sensi, giudicata colpevole, dopo l’incontro avvenuto in settimana a Trigoria, di «avere scarso rispetto per i tifosi». Ma loro, gli ultrà, non salvano nessuno. Sotto accusa anche rosa e tecnico: «La sconfitta di Firenze è stata la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ora basta».

Così mezz’ora prima che l’arbitro Damato fischiasse l’inizio delle ostilità sul prato verde dell’Olimpico, nell’antistadio già avevano iniziato da qualche minuto. Il torneo degli ultrà era articolato in cinque match da 20 minuti ciascuno, ad eliminazione diretta. Alla fine l’hanno spuntata i Fedayn, aggiudicandosi la finale per 1-0, ai danni dei Boys, altro gruppo storico della sud.

Al posto del prato l’asfalto ruvido, niente tacchetti né parastinchi, e anche le maglie non sono quelle ufficiali griffate As Roma, ma t-shirt e polo autoprodotte dai vari gruppi: Boys, Fedayn, Padroni di casa, Ultras Roma Primavalle, Irish Clan, Giovinezza e altri. «Mancano solo gli Ultras romani» dicono gli organizzatori della protesta, che seppur senza dirlo apertamente, alludono alla posizione piuttosto filo societaria degli ultimi («Il perché della loro assenza? Non lo sappiamo»).

La partita nella partita dura circa un’ora e trenta, e per larghi tratti attrae gli spettatori assai più che la partita vera e propria. Nella sud, listata “a lutto” per mezzo di eloquenti striscioni fissati sulle vetrate dei rispettivi gruppi («Vattene»), ci sono ampi spazi vuoti. «La gente preferisce il calcio vero – dice Andrea, un astante della partitella - rispetto a quei quattro mercenari senza dignità».

All’astinenza da Roma si resiste 45 minuti. Quando Roma e Chievo Verona fanno il loro ingresso in campo per il secondo tempo, la sud è praticamente piena. Ma niente tifo, al posto dei cori di sostegno, bordate di fischi, cui segue a più riprese, come un tormentone, il grido arrabbiato «Rosella Sensi bla, bla, bla».

Ad ogni tocco sbagliato dei giocatori in maglia giallorossa la curva fischia. Sergio, 35 anni, più di 20 passati in curva, scuote la testa: «Non è questo il modo – dice contrariato – Chi ha scelto di vedere comunque la partita, dovrebbe rispettare la protesta dei gruppi e restare in silenzio. L’indifferenza è la miglior cosa». Altri, come Andrea, hanno scelto di prendere posto sugli spalti fin dal primo minuto: «Preferisco le contestazioni vecchia maniera – dice, aggiustandosi la visiera del berretto – tutti dentro lo stadio, con cori e striscioni per gridare la nostra rabbia». Lui la scelta dei gruppi la rispetta, pur senza condividerla: «Un’iniziativa goliardica, che però rischia di passare inosservata».

Ma i gruppi ultrà a passare inosservati non ci tengono proprio, così a pochi minuti dal fischio finale, fanno il loro ingresso sugli spalti. La Roma in campo latitata, la sud ribolle di rabbia, i gruppi danno voce al malcontento. La folla si trasforma in muro di mani, i cori vengono scanditi da scrosci ritmati «Noi non siamo sul libro paga», e ancora «Meglio di voi, giochiamo meglio di voi», per chiudere con un provocatorio «ma la Roma dove sta». Al 90° il fischio dell’arbitro viene seppellito dal mare dei fischi del pubblico, la sud invita la Roma «sotto la curva», ma la squadra non raccoglie.

La domenica amara del tifo romanista si conclude con l’ennesimo «Sensi vattene» urlato a perdifiato, mentre sul viale del Foro italico papà Roberto, 40 anni, da 30 abbonato alla Roma, cerca di spiegare al piccolo Valerio, sette anni, oggi per la prima volta allo stadio, che tifare la Roma significa anche e soprattutto delusioni come questa: «Un giorno dirai – dice rivolto al figlio - la mia storia è iniziata con Roma-Chievo 0-0». Lui annuisce, per nulla intristito: «Tanto domenica prossima vinciamo».